Le invenzioni che cambiano la storia. I coriandoli sono stati brevettati nel 1876. La diatriba tra due ingegneri che si contendevano l’invenzione.

Lo so che sono ignorante ma mai avrei pensato che i coriandoli fossero stati brevettati.

Come tutte le grandi invenzioni che hanno cambiato l’umanità è stata un colpo di genio italiano.

Ma chi ha inventato i coriandoli? Ma soprattutto che cazzo si tiravano prima ?

<Il primo cenno della parola “coriandolo” si registra nel Rinascimento, allorché l’agronomo Giovanvettorio Soderini (1526-1596), “gentiluomo fiorentino” autore di libri di botanica, nel suo Trattato della cultura degli orti e giardini menziona l’uso di ricoprire di zucchero i semi di coriandolo (la famosa spezia usata in cucina) per trasformarli in piccoli confetti che poi, nei festeggiamenti carnevaleschi, era consuetudine lanciare dal balcone o dai carri. E infatti, ancora oggi i coriandoli di Carnevale sono chiamati confetti nel resto del globo.

Finché non si arriva ai due anni cruciali della storia del coriandolo come lo intendiamo noi: il 1875 e il 1876. Iniziamo da quest’ultimo, allorché nel cervello di un ragazzino di Trieste con scarsa voglia di studiare, Ettore Fenderl, nato quando la città era ancora sotto il dominio austriaco, si accende una lampadina durante l’annuale parata delle maschere.
Come andarono le cose l’ha raccontato lui stesso 81 anni più tardi, nell’intervista concessa il 4 marzo 1957 alla trasmissione della Rai Radio per le scuole:

Nel 1876 avevo 14 anni, ero molto precoce e di Carnevale volevo fare il “bulo” colle ragazzine; ma non avevo danaro per comperare i confetti di gesso allora in uso. E così mi venne l’idea di prendere carte colorate, farne strisce, e tagliarle a triangoli con la forbice. Misi questi in uno scartozzo, andai sul pergolo del mio sarto al corso di Trieste, e li gettai giù sulla folla. Il primo successo è stato disastroso: rimbrotti e gridi delle ragazze con i coriandoli nei capelli, cosicché salì una guardia a mettermi in contravvenzione e a sequestrarmi tutto. Non mi fece pagare niente, si limitò al sequestro dello scartozzo.

Ma torniamo al 1875 e all’altro ingegnere inventore Enrico Mangilli. .

Nel 1875 l’Amministrazione di Milano, riflettendo sui ripetuti incidenti che ogni anno squassavano la settimana di Carnevale, s’interrogava se vietare o meno il lancio dei coriandoli tradizionali, come gessetti e confetti, che però spesso – nell’eccitazione collettiva della festa -diventavano oggetti assai meno innocui, come per esempio arance, uova marce o addirittura sassi e monete arroventate.

Ma ecco che il geniale Mangili, osservando i dischetti che le macchine perforatrici fanno cadere dai fogli traforati usati in sericoltura come lettiere per l’allevamento dei bachi da seta (a Milano li chiamano bigatt), ha la trovata dei coriandoli di carta, meglio se a colori. Non li brevetta e il primo anno li distribuisce gratuitamente tra i bambini della zona. La novità piace subito e un giornalista dell’epoca lo definisce: «Industriale attivo, ma artista nell’anima. È l’uomo delle trovate». Dopo un po’ inizia a produrli e li commercializza con successo: nei Carnevale meneghini di inizio secolo gli ambulanti li venderanno in Galleria e in Centro a 5 o 6 centesimi per ogni misurino di caldarroste.

In conclusione, ad attribuirsi la paternità dei coriandoli come li intendiamo oggi sono stati due ingegneri italiani. La differenza sostanziale fra la trovata del genietto triestino e quella dell’ex garibaldino trisnonno di Indiana Jones è che nel secondo caso – precedente di un anno – i dischetti di carta furono quasi subito commercializzati ed entrarono rapidamente a far parte della tradizione. Quindi, forse anche per una mia sana dose di ambrosiano campanilismo, considero Enrico Mangili il vero papà dei coriandoli.(testo di Roberto Angelino per Gianella Chanell)>

Altro che inventare bombe intelligenti da tirare su civili inermi.

21 pensieri riguardo “Le invenzioni che cambiano la storia. I coriandoli sono stati brevettati nel 1876. La diatriba tra due ingegneri che si contendevano l’invenzione.

  1. Mi hai fatto riflettere… non ci avevo mai pensato, ma se c’è un oggetto al mondo – in assoluto – per il quale non ha mai avuto il minimo interesse, è proprio il coriandolo di carta. A mia memoria, credo di non averne mai toccato uno (se non passivamente e per sbaglio 😉 ).

    Strano, eh? Diverso è per le “stelle filanti” che cita Raffa, quelle si. Ma i coriandoli mai cagati.

    Vai a capire perchè…

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      1. Le stelle filanti: una cosa che risale esattamente al 1974. Fra le varie “attività” che ci facevano fare all’asilo c’era – data una quantità apparentemente infinita di stelle filanti a disposizione – c’era quella di svolgere e poi cominciare ad arrotolarle strettissime, aggiungendone una nuova quando finiva quella vecchia, fino a creare delle specie di “piattelli” di dimensioni variabili e di tutti i colori. Le aggiunte e la “chiusura” finale venivano fatte (manco a dirlo) con la “Coccoina”, che non mancava mai.

        Più eri bravo a tenere ben strette le stelle filanti e a non farti cadere il rotolo dalle mani, più grande veniva il piattello. Poi ci si potevano fare un sacco di cose, tipo incollarli su un cartoncino a simulare petali di fiori che poi si completavano disegnando stelo e foglie oppure (con quelli più grandi) si potevano creare dei vasetti spingendo con attenzione dal centro per renderli concavi senza smontare tutto il rotolo.

        Ho mantenuto la fissa di fare questi “rotolini” anche dopo l’asilo, ho smesso solo quando ho imparato a fare i braccialetti con le perline colorate usando il coperchio di una scatola di scarpe come “telaio” per incastrare i fili della trama.

        Da piccoli si ha tanto tempo libero… 😉

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      2. Per me risale al 1964 (ho una foto), ma per i miei giochi indoor ho indiziato a usarle all’inizio degli anni ’70. So’ vecchietta 😉
        Si, ricordo la soddisfazione del riarrotolamento serrato, ma non avevo pensato ai piattelli, mannaggia, me li sono lasciati sfuggire 😀 . Noi (fratelli) le chiusure le facevamo col “lecco”, cioè leccando la fine; anche con la cartapesta tutto si basa sull’acqua. 😉

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