Il nipote scrittore

E’ la prima volta che scrivo del nipote scrittore, figlio di sorella vicina, è stato il primo di tanti nipoti che sono arrivati dopo dai vari fratelli.

Il nostro rapporto è un rapporto strano, amore e odio da parte mia, lui mi vuole, bene e ci mancherebbe.

Il nipote scrittore, da grande voleva fare lo scrittore, era l’unica sua opzione, avrebbe fatto lo scrittore e sarebbe diventato ricco e famoso.

Le cose non sono andate così, per lo meno per ora, ha pubblicato il suo libro, ma non è diventato ne famoso ne ricco, certo lui continua a dire essere uno scrittore ed è alle prese col suo nuovo libro.

Ha venduto una copia, poco per diventare ricco e famoso, ed era al suo migliore amico.

Io avevo letto il libro in anteprima quando era bozza, lo avevo fatto leggere ad una appassionata del genere fantasy, la bibliotecaria, che gli aveva dato un sacco di consigli, il libro non era malvagio, certo andava riveduto e corretto….

Ci sono voluti almeno 5 anni prima che venisse stampato, la preoccupazione del nipote era che qualcuno gli potesse rubare l’idea, e diventare ricco e famoso al posto suo.

In questi anni il nipote scrittore di lavorare poca voglia, e da qui la mia incazzatura, il sogno va bene, ma poi c’era la realtà di tutti i giorni, sorella vicina è tutto meno che ricca…….

Alla fine ha pubblicato in rete, come molti, il risultato è stato quello che ho detto precedentemente.

Pubblicare un libro, è il sogno di molti, forse troppi…

Ora pubblicare un libro non è così difficile e nemmeno così costoso, il problema dopo pubblicato è trovare qualcuno che lo voglia leggere, e poi il massimo trovare qualcuno che sia anche disposto a pagare pur di leggere quello che hai scritto.

Questa fortuna è data a pochi, pochissimi considerato tutte le persone che scrivono.

Il nipote scrittore meritava maggior fortuna ? Obbiettivamente pagare per leggere quello che aveva scritto non mi sarebbe mai passato per la mente. Scrive bene, si, ma non basta.

Non basta scrivere bene, bisognerebbe anche raccontare qualcosa di originale, di nuovo, qualcosa che emozioni, che faccia ridere, riflettere……

Nipote scrittore ha scritto cose che avevo già letto e sentito, oltre qualche pagina dedicata al padre, si quella originale e molto bella, il resto era un già visto.

Il problema non è pubblicare, ma trovare il modo di farsi conoscere, a quello servono le case editrici, non tanto a pubblicare ,ma a distribuire il libro in modo che più persone ne possano venire a conoscenza.

Come scelgo un libro: di solito il titolo ha una sua importanza, poi la storia raccontata nella copertina alla fine, quindi il riassunto nella prima pagina, a quel punto leggo qualche riga qua e là per vedere se il tipo di scrittura è di mio gusto, se la storia è di mio interesse, se la scrittura mi piace a quel punto….

Il discorso è diverso per autori già famosi, o per persone molto conosciute…

Vale un po come per le canzoni, cantanti famosissimi che vendono parecchio nonostante le canzoni siano solo delle ripetizioni venute male, domandatevi se Vasco sarebbe diventato famoso con gli ultimi 5 cd che ha fatto ? Ho detto Vasco, ma vale per Ramazzotti o altri famosi uguali. Vendono tanto senza una vera ragione. Questo vale anche per gli scrittori famosi…….

La ragione è la pubblicità che viene fatta, se sei uno sconosciuto devi chiaramente trovare nuove vie.

In questi anni mi sono imbattuto in autori nuovi bravissimi, ho letto libri bellissimi, ed erano a volte delle prime opere, diventati successi spesso mondiali, quindi ci sono ancora case editrici capaci di fare il loro mestiere.

Il nipote scrive il suo nuovo libro, pensando che questa volta diventerà ricco e famoso (dubito) in compenso ha 40 anni si è messo a lavorare, e questo è già un successo.


35 pensieri riguardo “Il nipote scrittore

  1. Un giorno, molti anni fa, mi telefona una collega e mi dice che una amica di una sua amica ha scritto un romanzo d’argomento musicale e, prima di inviarlo a una casa editrice, vorrebbe farlo leggere a un esperto per averne un parere; ha sentito parlare di me, e così il dattiloscritto mi arriva fra le mani in men che non si dica.

    Non è scritto male: è la storia di una ragazza di umile famiglia che scopre di avere l’orecchio assoluto (sic!) e di conseguenza comincia a pensare che il suo destino sia quello di diventare una grande pianista; si dà molto da fare e, dopo varie traversie, corona il suo sogno nel più romantico dei modi. Trama forse un po’ scontata, ma il problema non è quello.
    Tutto il romanzo è fondato sul cosiddetto orecchio assoluto: se ne parla più e più volte, lo si descrive perfino, e con una certa accuratezza. Ma non è affatto vero che avere l’orecchio assoluto sia indispensabile per essere un buon musicista, anzi. L’orecchio assoluto è la capacità di riconoscere con esattezza le altezze sonore senza avere punti di riferimento. Uno che ha l’orecchio assoluto ascolta ex abrupto un qualsiasi suono, mettiamo un SOL, e dice con assoluta certezza “questo è un SOL”.
    Un concertista che cosa se ne fa di questa abilità? Niente. Anzi, può esserne danneggiato, se è particolarmente sensibile e fragile di nervi, quando l’accordatura del suo strumento non è perfetta. Si dice che Arturo Benedetti Michelangeli soffrisse le pene infernali a causa dell’orecchio assoluto.
    Che, in sostanza, serve soltanto a un accordatore.
    A un musicista, concertista o no, conviene avere piuttosto il cosiddetto “orecchio musicale” – quello che, tanto per dire, dà la capacità di leggere una partitura senza bisogno di suonarla.

    Spiego tutte queste cose alla collega, che ci rimane malissimo e mi impone di non dire niente all’amica della sua amica: dovrò semplicemente parlare dello stile, elogiandolo, e eventualmente fare qualche appunto su particolari di importanza marginale, evitando di dire cose che possano mettere in dubbio la validità del romanzo, perché teme di perdere un’amicizia cui tiene molto. Protesto dicendo che ero stato interpellato proprio per dare un parere tecnico, ma l’altra minaccia di togliermi il saluto. Accetto dunque, obtorto collo, la sua imposizione.

    Superfluo dire che il romanzo non è mai stato pubblicato.

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      1. Conoscevo un ragazzo stonato che suonava il basso. Mi domando come accordasse lo strumento. Mio nonno mi insegnò con il diapason ad accordare la chitarra. Accordavo così la corda del la e poi le altre. Ricordo amici che usavano il tu tu del telefono. Però bisognava avere orecchio. Forse quel bassista si faceva accordare il basso dagli altri. Non l’ho mai saputo.

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      2. Non ho l’orecchio assoluto, ma mi piace fare esperimenti di questo genere: prima di ascoltare la registrazione di una composizione nota, la immagino nella mia mente, poi riscontro che la tonalità immaginata è sempre quella giusta. Ma se provo a leggere la partitura di una composizione che non conosco cercando di immaginarne il suono e poi ne ascolto l’esecuzione, non sempre funziona.

        Molti anni fa avevo un collega che suonava la chitarra e ne impartiva i rudimenti ai ragazzi di una parrocchia (gratis); non sapeva accordare e spesso mi chiedeva di farlo per lui. Anch’io partivo dalla corda del LA con il segnale telefonico, poi accordavo le altre a orecchio, cosa che lasciava sempre il mio amico a bocca aperta. Ma per me è assolutamente naturale, anche se non suono alcuno strumento.

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      3. L’orecchio musicale (mi pare si chiamasse ‘orecchio relativo’, ma potrei sbagliarmi) può essere allenato.
        C’è stato un periodo della mia vita, in cui trascorrevo molte ore a suonare il basso e ad imparare canzoni ‘ad orecchio’ (senza tablature e spartiti). Mi ricordo che, sentendo la radio in ufficio, riuscivo ad intuire quale tasto del basso (e, di conseguenza, note) dover suonare, senza avere supporti.
        Avere l’orecchio assoluto è un talento naturale, che però appunto non garantisce chissà che vantaggio rispetto ad un suonatore ‘normodotato’. La differenza la fanno tecnica, passione, disciplina e fantasia.

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      4. L’orecchio musicale è detto anche relativo perché questo termine si contrappone dialetticamente a assoluto, ma in effetti è la dote che permette di rilevare le correlazioni fra i suoni. L’orecchio assoluto, come ho scritto sopra, è davvero utile solo agli accordatori.

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      5. Sono d’accordo.
        Anche nei contesti rock, è sufficiente un minimo di orecchio relativo per accorgersi se si sta suonando (o componendo) fuori scala.
        Tra l’altro… Nel panorama musicale odierno, la differenza la fanno l’immagine, l’attitudine, la capacità di intrattenere il pubblico.
        Basti pensare che le nuove tendenze rap/trap non hanno nulla a che vedere con lo studio del canto (ne’ moderno, ne’ ovviamente lirico).
        Oggigiorno autotune, vocoder e altri sistemi digitali riescono a rendere “piacevole” qualsiasi cosa. Le virgolette sono d’obbligo perché, tornando all’orecchio, sono sufficienti delle conoscenze di base per riconoscere (e detestare) al volo questi trucchetti.
        Conoscenze di base, che però la massa non ha. E ci sarebbe quindi da aprire un mega-discorso sulla cultura e sulla scuola…
        Forse sto divagando :)… ma quanto accade con la musica (impoverimento degli standard per favorire una veloce produzione, di consumo), secondo me accade anche in altri campi. Compresa la scrittura.

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    1. Io posso passare da Vasco a Reitano tornare ai Dire Straits e fare una passatina da Santagata arrivare a Mozart per poi salutare Pupo….
      Vasco è famoso solo in Italia Ramazzotti è il cantante italiano più famoso nel mondo.
      Albano in Russia

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